Casa de Gentili | Sanzeno

Sanzeno, sviluppatosi su uno dei tre estesi altopiani in cui si articola la Val di Non, si qualifica come un vero e proprio palinsesto di sedimentazioni storiche, artistiche e religiose. Caposaldo dell’archeologia regionale con numerosi e importanti rinvenimenti effettuati soprattutto a nord dell’abitato e oggi in parte conservati nel Museo Retico di Sanzeno, inaugurato nel 2003, il paese è anche uno dei siti più rilevanti della religiosità trentina, in virtù dei tre diaconi Martirio, Sisinio e Alessandro – al secondo dei quali Sanzeno deve il proprio nome – che, originari della Cappadocia (attuale Turchia) e inviati da San Vigilio a evangelizzare queste terre, trovarono qui il martirio il 29 maggio del 397 d. C. Il borgo si dispone in massima parte lungo la strada statale (SS 43 dir), che da Dermulo (frazione del Comune di Predaia) sale verso il Passo della Mendola, e attorno alla piazza principale, da cui si risale alla piccola chiesa di Santa Maria, sul ciglio di quella selvaggia Valle del rio San Romedio ove, in vetta a uno scoglio roccioso, sorge il celebre santuario omonimo. Al cospetto della grande fontana in pietra nella testé citata piazza, s’innalza Casa de Gentili: immobile di inestimabile valore, non soltanto architettonico, e residenza signorile tra le più significative e interessanti dell’intera vallata. Di fondazione certo più antica, come confermano le indagini archeologiche (2009) che hanno documentato nell’area in questione un’attività insediativa intensa e articolata dall’epoca preromana all’età rinascimentale e moderna, la fabbrica conobbe trasformazioni decisive per l’assetto attuale a partire dalla seconda metà del Cinquecento. In seguito, una definitiva sistemazione, databile al Settecento inoltrato, determinò la creazione di un’autentica dimora patrizia, confacente allo status dei suoi abitanti nonché ingentilita da squisitezze formali quali portoni decorati, eleganti trifore e inferriate in ferro battuto di non comune bellezza e rarità. I proprietari eponimi del palazzetto furono i de Gentili, che appartenevano al rango nella nobiltà “minore” o “rurale”. Provenienti da Denno, paese della bassa Val di Non, e discendenti di quell’Oluradino (attestazioni 1170-1205) che dei da Denno è tradizionale e assodato capostipite, essi risultano attestati a Sanzeno sin dai primi decenni del XVI secolo, quando, assieme ai suoi fratelli, Giorgio (1505ca.-post 1576), dal quale muove la genealogia dei titolari dell’edificio, si fece rilasciare dalla corte di Vienna un nuovo attestato di nobiltà ove si rivendicava persino un’ascendenza centroitaliana da Camerino, in provincia di Macerata. Nei secoli successivi, oltre a praticare l’arte della farmacia, sino, di fatto, al tempo della propria estinzione (farmacista fu anche l’ultimo de Gentili, il dottor Guido, che esercitò la professione a Egna), gli esponenti del casato si distinsero nel campo della committenza artistica e dell’amministrazione militare. Da un lato, infatti, i fratelli Francesco Antonio (1709-1771) e Giovanni Michele (1712-1778) fecero costruire, tra il 1770 e il 1771, il grandioso altare maggiore, in marmi policromi, della locale chiesa pievana – dal 1973 fregiantesi del titolo di basilica –, cui la famiglia donò poi anche la pala, dipinta nel 1775 da Giovanni Battista Lampi (1751-1830) e illustrante la Gloria dei Santi Martiri Sisinio (con l’arme de Gentili ricamata sulla dalmatica), Martirio e Alessandro e della Madonna del Buonconsiglio. Dall’altro lato, l’appena citato Francesco Antonio e suo nipote Giovanni Giorgio Giuseppe (1740-1782), in qualità di Capitani, furono alla guida, rispettivamente dal 1740 al 1765 e dal 1765 al 1774, della guarnigione a presidio del Castello di Andraz a Livinallongo del Col di Lana in provincia di Belluno, dal primo Quattrocento e sino alla secolarizzazione del principato in età napoleonica, proprietà, insieme ai vicini giacimenti minerari del Fursil, del principe vescovo di Bressanone. Tali personaggi hanno lasciato il segno anche nel palazzo avito, ove la memoria di Giovanni Giorgio Giuseppe è ad esempio tramandata da ben due ritratti, eseguiti proprio nel periodo del suo servizio presso la fortezza nel Bellunese.

Abitata sino al 1996, Casa de Gentili è oggi proprietà del Comune di Sanzeno che ne ha promosso l’acquisto e quindi un attento e diffuso restauro in collaborazione con enti quali la Provincia autonoma di Trento e il Consorzio BIM dell’Adige al cui patrimonio appartengono i pregevoli arredi interni originali, comprendenti quadri, cassapanche, cassettoni e altri mobili di epoche e stili differenti, taluni contrassegnati dallo stemma della famiglia de Gentili (bandato d’azzurro e d’argento con cimiero a due proboscidi ugualmente bandate d’argento e d’azzurro), ma anche vasellame e utensili da cucina, una notevole raccolta di serrature antiche e, soprattutto, la riallestenda farmacia storica col suo corredo di vasetti, alambicchi e attrezzatura varia. Nella prestigiosa cornice dell’edificio, che ha accolto negli anni e tuttora ospita importanti mostre d’arte, eventi culturali, convegni, seminari e serate informative, hanno attualmente sede il Centro Culturale d’Anaunia, “Val di Non Multimediale” e un’attività di ristorazione.

GLI ESTERNI

Esternamente Casa de Gentili, che insiste su un terreno connotato da un dislivello tra monte (est) e valle (ovest) di circa sei metri, presenta un assetto solido e compatto di ascendenza tardorinascimentale che, conferendole una notevole unitarietà, tende a celare la sua ipotizzata genesi per addizione di blocchi diversi e ampliamenti successivi, secondo una prassi costruttiva assai comune e diffusa in Valle. La fabbrica si sviluppa per tre livelli sopra terra cui vanno aggiunti il sottotetto, con bella struttura a capriate, e un solo locale integralmente interrato raggiungibile dal pianterreno, nel cuore dell’abitazione. Verso est, l’immobile comprende un’area abbastanza vasta, completamente recintata e articolata su due livelli distinti, scanditi da un muro di contenimento interno e di recente riconfigurati in maniera tale da rinsaldare il peculiare quanto serrato rapporto esistente tra l’architettura e il suo esterno. Alla quota più alta è stato realizzato un piccolo parco pubblico, a disposizione della collettività, direttamente collegato al paese tramite un cancello che, prospiciente l’ingresso della chiesetta di Santa Maria, all’imbocco della strada che scende verso il santuario di San Romedio, stabilisce un rapporto visivo diretto fra il palazzo e il piccolo edificio sacro. In questo spazio, con tappeto erboso e piantumato con qualche albero, in una sorta di ideale continuità con il recupero dell’antica farmacia custodita all’interno del fabbricato, sono state messe a dimora piante aromatiche e officinali. A ridosso dell’immobile e a una quota inferiore rispetto al testé descritto giardino, si trova un cortile pavimentato, dalla superficie lievemente inclinata, qualificantesi come vera e propria pertinenza di Casa de Gentili. Il fronte nord dà invece sulla secondaria via di Sant’Alessandro, cui è collegata da un tradizionale “pont” che, dal portone archivoltato in conci di pietra rosati e con le imposte dell’arco sottolineate da elementi modanati in pietra più chiara, sbocca dirimpetto alla chiesa dedicata appunto ad Alessandro, il più giovane dei tre Martiri anauniensi. Il prospetto ovest si affaccia sulla strada statale ed è caratterizzato, al primo piano, da ben sei inferriate inginocchiate in ferro battuto che proteggono altrettante finestre. Tali grate sono indubbiamente fra gli elementi più peculiari di Casa de Gentili. Esse interessano anche tutte le altre aperture del medesimo livello: le tre sulla facciata principale, verso sud; le due su quella settentrionale nonché la monofora subito prima del “pont” che connette l’asse stradale che sale a Santa Maria al portone a tutto sesto e di tipo rustico sul prospetto orientale, segnato, sulla chiave di volta, dalla data 1673. Differenti per lavorazione e disegno, più o meno elaborato, le inferriate furono messe in opera in momenti leggermente diversi, ma tutti scalati nel corso del Settecento, e palesano stringenti assonanze con analoghi manufatti dell’Oltradige e della Bassa Atesina in Alto Adige. La critica, infatti, ha opportunamente rilevato le corrispondenze tra le inferriate di Sanzeno e quelle di edifici civili e sacri ad Appiano (Eppan) e a Egna (Neumarkt), località con cui i de Gentili intrattennero sempre stretti legami economico-culturali come attesta la circostanza che gli ultimi discendenti della casata esercitarono la professione di farmacisti proprio a Egna dove avevano anche un’abitazione. Al nucleo di inferriate più antiche appartiene quella sopra l’ingresso principale nella quale, laddove le losanghe lobate della parte alta cedono il passo alla gibbosità della fascia inferiore, fanno capolino le lettere “G G C G” che si è ipotizzato di riferire al già nominato Giovanni Giorgio Giuseppe, Capitano di Livinallongo dal 1765 al 1774. Un arco temporale, questo, a cui datare dunque la realizzazione della grata in questione e di quelle a essa più strettamente correlate, ossia delle altre in facciata e della prima, dopo l’angolo, verso la strada statale: tutte e quattro contraddistinte da analoghe cimase terminanti, alla sommità, in una serie di anelli raccolti assieme e, alle estremità laterali, in grappoli d’uva rappresentati in maniera assai semplificata ma efficace. Di certo la ricchezza e l’esuberanza decorativa che le caratterizzano si spiegano con la loro speciale collocazione. Inserite nel contesto della facciata più ‘pubblica’ del palazzo e rivolte alla piazza principale del paese, queste inferriate, come pure altri dettagli dello stesso prospetto, svolgevano il compito di esaltare e celebrare i proprietari di casa. A una simile funzione rispondeva anche il portale archivoltato, in conci lapidei squadrati e chiave di volta recante inciso, entro una cartella pressoché cuoriforme, il millesimo 1694. Notevole è soprattutto il serramento in legno intarsiato, concepito come un arco di trionfo in miniatura con edicole nelle specchiature e frontone a ellisse spezzato nel mezzo del quale s’innalza un piccolo fastigio a timpano triangolare. Nello specchio mediano del portone campeggia lo stemma dei de Gentili privo dei suoi colori araldici ma ben descritto. Unitamente alle summenzionate inferriate a protezione delle monofore del primo livello, a mitigare l’imponenza della facciata sono diversi elementi quali il poggiolo in pietra, sempre al primo piano, con finestra porta centrale e finestre a tutto sesto laterali, a separare le quali sono colonnine dall’entasi piuttosto marcata. Al secondo piano, appena fuori asse rispetto al terrazzino sottostante, c’è invece una trifora compresa tra due stipiti squadrati sui fianchi e con due colonne di separazione a sezione circolare. Le altre aperture di questo medesimo livello sono ampie monofore rettangolari, sobriamente incorniciate in pietra, sopra alle quali stanno dei rosoni polilobati dipinti. Guardando alla parte alta dell’edificio, infine, sulle travi del tetto che aggettano agli angoli della casa verso la piazza, evidenziati da marcaspigoli bocciardati, si scorge la data 1777, intagliata in numeri romani, a indicare verosimilmente un rifacimento totale o parziale, a queste date, della grande copertura a padiglione.

GLI INTERNI

L’interno di Casa de Gentili riserva al visitatore molteplici sorprese con un’organizzazione degli spazi ben più articolata di quanto non lascino presagire gli esterni. L’impianto costruttivo è quello tradizionale di queste aree, con murature e volte in pietra con malta di calce spenta e un’articolazione dei locali rispondente a tipologie individuabili anche altrove in Val di Non, in contesti signorili e rustico-signorili affini: volte a botte e a crociera al livello inferiore; porte dei diversi vani prospettanti su un corridoio centrale, stanze dai soffitti piani e ingentiliti da decorazioni pittoriche, fregi e stucchi ai livelli superiori. Molte stanze presentano pavimenti in legno che, a seconda dell’importanza dell’ambiente, possono formare disegni più complessi grazie all’impiego di essenze differenti. A garantire i collegamenti verticali sono una scala principale, abbastanza ripida, che congiunge attraverso due rampe – l’una di seguito all’altra – il piano terra con il secondo piano e altre scale secondarie e di servizio.

La superficie complessiva supera i 1800 metri quadrati distribuiti su tre livelli. Quello terreno sembra avere risentito più degli altri di adattamenti e trasformazioni durante i secoli cosicché i vani hanno forme meno regolari e risultano incastonati gli uni negli altri: quelli lungo il perimetro dell’edificio comunicano tutti con l’esterno per mezzo di finestre per lo più quadrangolari e dotate di inferriate. Molti di questi locali dovevano servire un tempo da deposito, cantine e forse stalle per animali da cortile e comunque di taglia medio-piccola quali polli, conigli e maiali data la mancanza di tracce di strutture – mangiatoie, abbeveratoi – necessarie al ricovero di bestie dalla stazza più importante come mucche, buoi e cavalli. A questo piano si snoda il percorso “Val di Non Multimediale”, una vera e propria vetrina della terra anaune, dei suoi tesori culturali e naturalistici nonché delle sue peculiarità storico, sociali ed economico-produttive. Grazie a proiezioni e filmati è possibile, ad esempio, sorvolare virtualmente in elicottero l’intera vallata orientandosi tra borghi, castelli, laghi e montagne da una prospettiva a dir poco insolita; pianificare escursioni e ottenere puntuali ragguagli su molteplici itinerari; apprendere, in maniera agile e accattivante, notizie sulle vicende di Casa de Gentili e dei suoi abitanti, sull’agricoltura, sull’artigiano locale e sui destini da migranti di molte delle genti nonese in tempi non poi così remoti. Per quanto attiene più strettamente alla storia del palazzo, il locale più interessante è quello posto all’immediata sinistra dell’atrio d’ingresso. Al di là di un serramento molto pesante in legno e ferro, che oggi si definirebbe ‘blindato’, stava il laboratorio di farmacia ed erboristeria ove ancora lavorava l’ultimo de Gentili, il dottor Guido morto nel 1993, erede e continuatore della tradizione della propria famiglia, che sin dal Settecento si era orientata alla professione di farmacista-erborista coltivando interessi spiccati per le scienze naturali. La piccola officina farmaceutica, attrezzata di tutto punto con bilance, alambicchi, boccette, ampolline e vari altri utensili sarà presto riallestita e resa visitabile. Anche la stanza di fronte è protetta da una porta assai robusta, con intelaiatura in ferro e rivestimento, sempre in lamina di ferro, rinforzato da borchie e strisce disposte diagonalmente. Un serramento affatto simile, giusta la pertinente sottolineatura della critica, si ritrova nella residenza della nobile famiglia Longo nella borgata altoatesina di Egna, con cui i de Gentili avevano – come s’è visto – una speciale consuetudine. Graffita nel muro, una tabula ansata reca la data 1684 e il nome di colui che probabilmente fece porre in opera il sottostante portalino: Gaspare de Gentili (1644-1689).

Al primo piano l’organizzazione degli ambienti, in numero maggiore, è più ordinata. Qui hanno sede l’ufficio operativo del Centro Culturale d’Anaunia, con la biblioteca e workstations dotate di apparecchiature informatiche, e la grande sala congressi che insiste laddove un tempo era il “somass” caratteristico delle case trentine e nonese in particolare, che una rampa carrabile unisce al livello della strada a nord del fabbricato (via di Sant’Alessandro). Da questo breve tratto di collegamento transitavano i carri che potevano essere qui scaricati di quanto trasportavano. Per la ricercatezza delle decorazioni del suo soffitto dipinto, dove raffinate cornici desinenti in rami di quercia sostengono grandi anfore in cristallo blu, con sinuosi manici ansati e altri inserti di color oro, ricolme di felci, papiri, bacche e delicati fiorellini, si segnala inoltre la stanza davanti alla postazione del Centro Culturale d’Anaunia. Di notevole interesse è poi l’ambiente contiguo, nell’angolo di sud-ovest, foderato in legno. Vi si conserva una stufa rivestita in piastrelle di ceramica – le tipiche olle – di color bruno manganese cupo, con elegante sportellino traforato nella torre che consentiva la circolazione di aria calda funzionando pure da scaldavivande. Dalle forme slanciate, essa è databile alla fine del XIX secolo ed è riconducibile alla manifattura di Sfruz, sull’altopiano della Predaia, dove la presenza di fornaci e maestri specializzati nella produzione di simili manufatti ceramici è documentata sin dal Cinquecento. Nell’adiacente corridoio rettangolare, da cui si accede al poggiolo prospettante la piazza, sta il fornetto di caricamento di questa stufa, provvisto di bella cornice lapidea di gusto rococò, con volute laterali decorate da motivi zigrinati e coronamento a valva di conchiglia a pettine striato.

Non meno interessante, proseguendo lungo il corridoio rettangolare, è la vasta cucina, di là della porta al capo opposto rispetto al terrazzino, segnata dalla presenza di un grande focolare, il cosiddetto “foglar”, costituito da un blocco unico a forma di parallelepipedo. Le sue dimensioni ragguardevoli gli garantivano una superficie di scambio del calore impressionante e tale da soddisfare bene le necessità tanto di riscaldare l’ambiente circostante quanto di cucinare i cibi utilizzando suppellettili e arnesi di cui la cucina, oggi in fase di riordinamento, è dotata in abbondanza. Non mancano infatti qui brocche, caffettiere, bricchi, recipienti vari, piatti in ceramica e peltro, paioli e tegami in rame, taluni dalla foggia curiosa come quello che, modellato con cavità ad hoc per tenere le uova ben separate, riprende fedelmente la tipologia della padella per fare le “ova frittolate”, illustrata da Bartolomeo Scappi (1500-1577), uno dei cuochi più famosi dell’età rinascimentale quando fu al servizio di vari pontefici, nella sua Opera, edita per la prima volta a Venezia nel 1571 e arricchita da ventisette tavole incise. Molte delle stoviglie della cucina de Gentili, la cui ricchezza rispecchia l’agiatezza dei proprietari, sono oggi accuratamente sistemate sulle scaffalature in legno che ricoprono, quasi per intero, la parete nord del locale, incorniciando una porticina a quattro specchi varcata la quale si passa in varie stanze collegate l’una all’altra, tramite una sequela di porte allineate, e qualificate da belle decorazioni dipinte in corrispondenza di soffitti e pareti. Impiegati un tempo come salotti e camere da letto, questi locali ospitano attualmente arredi per l’archiviazione di materiali e documenti prodotti e raccolti dal Centro Culturale d’Anaunia in sinergia con altre importanti realtà istituzionali e dell’associazionismo culturale operanti in loco – e non solo – all’insegna di accordi di partenariato.

Più esplicitamente votato a funzioni di rappresentanza era il secondo piano, che si compone di un numero di vani minore ma di maggiore estensione. Si trova qui il Salone degli Stucchi, notevole sia per dimensioni che per qualità dell’apparato decorativo. Il grande ambiente ha un pavimento in legno arricchito da due stelle pentagonali in noce e una fascia perimetrale lavorata, verosimilmente da maestranze lombarde, in stucco chiaro nella parte alta delle pareti, dove sono modellati il blasone dei de Gentili con il suo cimiero (parete ovest) e, ai quattro angoli, le Allegorie delle stagioni, personificate da dolci e paffuti puttini. Quello della Primavera si dondola beatamente a cavalcioni di un serto di fiori dalle corolle spampanate; quello dell’Estate impugna nella sinistra una falce dorata e nell’altra un fascio di spighe, ugualmente dorate; quello dell’Autunno gioca compiaciuto con una grande ghirlanda di grappoli e pampini d’uva che gli fa pure da corona; l’amorino evocante l’Inverno si avvolge in un drappo che dal capo scende morbido a coprirgli le pudenda e si scalda al tepore del vicino braciere con le fiamme dorate. Un quinto, delizioso putto sporge dal carnoso cespo di acanto, donde si dipartono esili boccioli, nel medaglione al centro del soffitto, intento a suonare uno strumento a fiato andato perduto.

Specularmente a quanto si riscontra al piano inferiore, anche qui il blocco degli ambienti più a sud si organizza attorno a un lungo corridoio centrale ove terminano le scale interne, che consentono un collegamento diretto con la stanza di sud-est al livello sottostante (oggi biblioteca). Sulla parete fiancheggiante queste scale c’è una grande insegna, molto realisticamente dipinta per sancire un’alleanza matrimoniale tra la famiglia de Gentili e un qualche altro lignaggio aristocratico non ancora individuato. Con una licenza poco conforme alle regole araldiche, l’arme è divisa in quattro settori e vi sono accostati due diversi blasoni con i rispettivi cimieri: a sinistra di chi guarda è riprodotto lo stemma de Gentili (bandato d’azzurro e d’argento con cimiero a due proboscidi ugualmente bandate d’argento e d’azzurro); a destra invece un secondo stemma tuttora misterioso (d’azzurro, allo scaglione d’oro, accompagnato da tre speronelle – o rotelle di sperone – del medesimo e una fenice per cimiero). Sul corridoio si aprono due “falsi caminetti”, che in passato servivano ad alimentare delle stufe ora non più esistenti, e si affacciano le porte dei vari locali, incorniciate di stipiti e cimase modanate in pietra. La camera dell’angolo di sud-ovest e le altre due che guardano unicamente a sera, e dunque sull’attuale strada statale, hanno raffinati soffitti con decorazioni non solo dipinte ma anche a rilievo. Sul lato opposto c’è una seconda cucina, con focolare più piccolo rispetto a quello del primo piano, ma ben conservato e ancora dotato di cappa, annerita dal secolare utilizzo. Vi sono oggi disposti accessori connessi al suo funzionamento come alari, treppiedi e molle ma anche i tipici “lavezi”, o pentole di laveggio, con tre piedini per consentirne l’appoggio sul piano di cottura. Ricavato nel muro verso est è poi un lavandino affiancato dalla bifora con gli antichi vetri a piccoli esagoni tenuti assieme da filetti di piombo. In comunicazione diretta con la cucina è quella che con tutta probabilità fungeva da sala da pranzo come indica la decorazione a tempera del soffitto con quattro eleganti alzate dorate – una per lato – che ospitano frutta e verdura di ogni sorta: mele, pere, nespole, prugne, ciliegie, fichi, succulente fette di anguria, melagrane, ma anche zucche, rape, asparagi, carciofi e carote. Apparato ricorrente negli ambienti del secondo piano sono dunque le pitture che, per lo più declinate in fregi e decorazioni parietali, siglano anche, con una fascia azzurro chiaro alta oltre un metro da terra e dipanantesi lungo le pareti, la cappella di famiglia, che si incontra in cima allo scalone, da cui è separata grazie al diaframma costituito da un cancelletto in ferro battuto, finemente lavorato. L’aggiunta del corpo di fabbrica verso il cortile ha reso necessaria l’apertura di una porta laddove era un tempo l’altare. Nell’ultimo salotto a nord di questo livello, incisa nell’intonaco della parete a mezzogiorno, è la data 1569 di grande significato per lo stabile, perché si tratta della più antica fra quelle rinvenute.

Tra i vecchi arredi di Casa de Gentili, un posto di primaria importanza spetta alla quadreria, proprietà del Consorzio BIM dell’Adige e oggetto di uno specifico intervento di restauro conclusosi nel 2004. Annoverante già diciannove dipinti, ora per lo più distribuiti negli ambienti al secondo piano del palazzo, la collezione è stata implementata di recente con l’acquisizione di ulteriori tre quadri. Se alla parete nord della già descritta cucina sono appese tre tele della seconda metà del Seicento, che raffigurano rispettivamente due Nature morte, dalle tonalità piuttosto cupe, e una Scena venatoria, sono però i ritratti, molti dei quali esposti nel corridoio centrale, a rappresentare i pezzi più significativi della raccolta. Tanti degli effigiati sono esponenti della famiglia de Gentili che tuttavia rimangono per il momento senza nome come anonimi sono a tutt’oggi gli artisti che li eseguirono. I quadri hanno però un valore documentario per nulla marginale sia per la storia familiare sia per quella della moda e del costume settecenteschi di cui ci offrono uno spaccato di impressionante vividezza con la loro rassegna di dettagli – anche minuti –, indagati e descritti con singolare acribia: dalle cuffie a due venti ai merletti, dai monili ai ventagli sino alle squisite passamanerie per le gentildonne; dalle marsine ricamate ai mantelli foderati di pelliccia, dai ricercati bottoni agli jabots di pizzo sino alle parrucche incipriate per i gentiluomini. Tra i membri della casata è possibile identificare con assoluta precisione Giovanni Giorgio Giuseppe de Gentili (1740-1782), la cui identità ci è svelata dalla lettera che, a lui indirizzata, esibisce nella mano sinistra e lo qualifica come Capitano del Principe vescovo di Bressanone nel Castello di Andraz a Livinallongo Col di Lana. Suo perfetto pendant, sia per l’analoga, ricercata cornice sia per l’impostazione di ritratto ambientato con colonna scanalata e cortinaggio drappeggiato rosso sullo sfondo, è quello della moglie Anna Bombardi, sposata nel settembre del 1771. Ancorché non esposti, riconoscibili con più agio grazie alle scritte che li corredano, sono i ritratti di Padre Epifanio, al secolo Guidobaldo Giuseppe Daniele de Gentili (1699-1729), che, morto a Caprarola nel marzo del 1729, aveva vestito l’abito dei Carmelitani scalzi nel 1716, e di San Carlo Borromeo, raffigurato in devota preghiera davanti al crocifisso. Individuabili con eguale facilità sono infine i ritratti regali dell’Imperatrice Maria Teresa (1717-1780), in abito vedovile e dunque immortalata dopo la scomparsa dell’amato consorte Francesco Stefano di Lorena (1708-1765), e del figlio Giuseppe II (1741-1790), sino alla morte della madre, avvenuta nel 1780, associato a lei sul trono del Sacro Romano Impero. La realizzazione della coppia di dipinti andrà dunque collocata tra il 1765 e il 1780.